TUTTO È BELLISSIMO. MA TUTTO COMINCIA AD ASSOMIGLIARSI.

Ci sono giorni in cui apro Instagram e mi sembra che tutti stiano facendo cose bellissime.

Case bellissime. Viaggi bellissimi. Tavole bellissime. Eventi bellissimi. Progetti bellissimi. Persone bellissime che fanno lavori bellissimi in posti bellissimi.

Poi chiudo Instagram e torno alla vita vera.

Quella in cui alcune cose riescono benissimo, altre abbastanza, qualcuna per niente. Quella fatta anche di tentativi, giornate improduttive, idee che sembravano geniali e il giorno dopo un po’ meno, lavori che non arrivano e progetti che richiedono molta più fatica di quanto racconterà la fotografia finale.

Non c’è niente di sbagliato nel mostrare sui social la parte migliore del nostro lavoro. Lo faccio anch’io. È naturale scegliere la fotografia riuscita invece di quella sbagliata, raccontare il progetto arrivato a destinazione più volentieri dei tentativi che lo hanno preceduto.

Il problema non è la selezione.
È dimenticarsi che è una selezione.

Quando ogni giorno guardiamo centinaia di persone mostrarci ciascuna il proprio meglio, migliaia di eccezioni finiscono per sembrarci la normalità.

E così può capitare anche a chi ha esperienza, competenze e una professione costruita negli anni di chiedersi se stia facendo abbastanza. Se gli altri siano più avanti. Più bravi. Più creativi. Più produttivi.

Probabilmente, qualche volta, loro stanno pensando la stessa cosa guardando noi.

Ma c’è un altro aspetto che mi interessa ancora di più.

Non riguarda quello che i social ci fanno pensare degli altri.

Riguarda quello che rischiano di fare al nostro immaginario.

SE GUARDIAMO TUTTI LE STESSE COSE

Instagram, Pinterest e le immense raccolte visive che abbiamo oggi a disposizione sono strumenti straordinari.

In pochi secondi possiamo vedere il lavoro di creativi dall’altra parte del mondo, scoprire un materiale, una palette, un allestimento, un luogo, una soluzione alla quale non avevamo pensato.

Non credo affatto che dovremmo smettere di usarli.

Mi domando però cosa succeda quando diventano la fonte principale dalla quale cerchiamo ispirazione.

Cerchiamo negli stessi luoghi, salviamo le stesse immagini, seguiamo gli stessi profili.

E gli algoritmi, molto diligentemente, imparano ciò che ci piace e ce ne mostrano ancora.

Così, senza quasi accorgercene, rischiamo di entrare in un enorme circuito di riferimenti che continuano a nutrirsi gli uni degli altri.

Tutto è bellissimo.
Ma tutto comincia ad assomigliarsi.

E per chi lavora con le idee questo, secondo me, è un problema.

Perché se guardiamo tutti le stesse cose per trovare ispirazione, come possiamo aspettarci di avere idee diverse?

ALLARGARE L’IMMAGINARIO

Forse allora dobbiamo semplicemente tornare a cercare anche altrove.

In un libro. In una mostra. In una scena di un film. In una canzone. In una conversazione. In un viaggio. Nella storia. In un tessuto antico, in un materiale che non conosciamo, in una fotografia di cinquant’anni fa.

O nel lavoro di qualcuno che fa un mestiere completamente diverso dal nostro.

Non perché tutto debba necessariamente trasformarsi in un’idea.

Ma perché più cose lasciamo entrare, più ricco diventa il patrimonio dal quale, prima o poi, potremo attingere.

Credo molto nella contaminazione proprio per questo.

Frequentare discipline diverse dalla propria, incontrare persone che possiedono altre competenze, leggere qualcosa che apparentemente non ci serve, entrare in un museo senza sapere già cosa vogliamo vedere.

Non serve soltanto ad accumulare conoscenze.

Serve a impedire che il nostro mondo diventi progressivamente grande quanto il nostro algoritmo.

Il proprio immaginario non si costruisce in un giorno e, soprattutto, non si scarica da Pinterest.

Si accumula nel tempo. Cambia. Si sporca di vita, cultura, curiosità, esperienze e incontri.

E forse è proprio per questo che vale la pena continuare a nutrirlo.

Non per rincorrere continuamente qualcosa di nuovo.

Ma per continuare ad avere abbastanza mondo dentro di noi da poterlo guardare in modi differenti.

Alla fine, quindi, non credo che la questione sia scegliere tra social e vita reale.

Possiamo tranquillamente vivere con i social senza vivere attraverso di loro.

Possiamo guardarli, usarli, divertirci, mostrarci e lasciarci ispirare.

E poi, ogni tanto, alzare gli occhi.

Perché là fuori continua a esserci una quantità impressionante di cose che il nostro algoritmo non ha ancora scoperto.

E per fortuna.

Siate diligentemente indisciplinati.

Lo sguardo Saragiò

Il problema non è guardare ciò che guardano tutti.
È finire per vederlo nello stesso modo.

SARAGIÒ

Art Direction • Design • Editoria • Ospitalità • Formazione

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